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PARADISE LOST: testimonianza diretta da uno Sri Lanka messo in ginocchio

Quando rientrai a Trincomalee non potevo credere ai miei occhi: le serrande dei negozi e dei ristoranti chiuse, le strade deserte e le poche persone del posto con il volto corrucciato. La chiamata di Kisho mi aveva fatto presagire che le cose stessero degenerando ulteriormente ma non immaginavo di trovare una situazione così critica. La sua è stata una chiamata d’aiuto, di quelle che non ti aspetti, e sentendo una nota di urgenza nella sua voce mi sono fiondato da Arugam Bay a quella che negli scorsi tre mesi è stata per me una seconda casa, il villaggio di Uppuveli Beach.
Dopo un lungo viaggio – ho dovuto prendere ben tre autobus perché la linea diretta è stata recentemente interrotta – ad accogliermi davanti al ristorante di Trincolanka trovai il caro Kisho. Sembrava proprio lì in attesa del mio arrivo, come un cane che attende il suo migliore amico. Mi guardò incredulo quando lo salutai entusiasta di rivederlo. Sembrava avesse visto un fantasma.
I suoi occhi, che avevo conosciuto sempre gioiosi, erano spenti e l’immancabile sorrisone era appena accennato sul suo volto. Kisho era irriconoscibile.
A quel punto la distanza si rompe: ci diamo un abbraccio come vecchi amici e con un rapido gesto della mano mi fa cenno di entrare nella casa-ristorante della sua famiglia. Poco dopo, intravedo sua moglie, Nayomi, sbucare dalla cucina. Anche lei ha uno sguardo perso nel vuoto, pare agitata come non l’ho mai vista prima. Mi accenna un sorriso stentato. D’un tratto, sento comparire dietro di me qualcuno. Mi volto e vedo il piccolo Godfrey che sfreccia come suo solito su una bici che è il doppio di lui. Subito dopo sbuca la minuscola Liana sotto le cure di Kevin, il fratello maggiore, che si affacciano dal corrimano del piano superiore – lì dove stanno le loro stanze da letto – incuriositi da quel vociare di sotto. Tutti e tre mi vengono incontro gioiosi formando un cerchio intorno a me. Sento un mix di felicità e incredulità, come fosse tornato un familiare stretto dopo una lunga trasferta. Effettivamente, son passate tre settimane dall’ultima volta che ho giocato a scacchi con loro.
Kisho mi fece accomodare col suo fare sempre gentile e mi offrì immediatamente una tazza di squisito tè srilankese.
“Sono qui per aiutarvi. Appena ho saputo sono rientrato. Cosa succede?”, gli chiesi senza girarci troppo intorno.
Kisho si sedette davanti a me, incrociò le dita delle mani poggiandole sul tavolo, fece un sospiro alzando gli occhi al cielo e con voce ferma mi disse: “Siamo nei guai. Non sappiamo più come andare avanti. Qui la voglia di lavorare c’è ma ‘no people’.”
Fece una breve pausa silenziosa e il suo volto si incupì ulteriormente: “Non riusciamo a pagare l’affitto e le bollette da due mesi e poi, sai, ci sono le spese per mandare i bambini a scuola, il cibo e lo stretto necessario per continuare a vivere.”
In quel momento Kisho era per me irriconoscibile: dell’omone sempre scherzoso e fiducioso nella vita a cui ero abituato non riuscivo a coglierne traccia. Mi appariva come un uomo messo in ginocchio da eventi più grandi di lui e in preda a una paura viscerale di non farcela, quella di un padre di famiglia che non sa più come prendersi cura delle persone che ama.
“Abbiamo bisogno del tuo aiuto”, pronunciò con una voce strozzata come fosse la cosa più difficile che potesse chiedere.
“Certo, sono qui per voi”, lo rassicurai, “avete fatto così tanto per me senza chiedere mai nulla. Mi sono sentito accolto come un figlio nella vostra famiglia. Come potrei voltarvi le spalle ora che siete voi ad aver bisogno d’aiuto?”
Aprii di scatto il portafoglio e gli porsi una piccola somma che sapevo avrebbe, per lo meno, dato loro la possibilità di ripartire.
“No, my friend. Come posso accettare questo da te. Sei sicuro? Anche tu non stai più lavorando come noi. Come farai?”
“Non preoccupatevi, in ogni caso mi trovo sempre in una posizione più privilegiata della vostra. Ho amici e familiari dall’Italia che possono sostenermi in caso di bisogno. Te l’ho detto: ora tocca a me aiutarvi!”
“Il prossimo mese te li restituisco. Promesso.”
“Non c’è bisogno amico mio.”

Quella di Kisho e la sua famiglia è solo una delle tante storie che potrei riportare e che in questo momento accomuna tante persone di quest’isola. Dopo lo scoppio della guerra in Iran, lo scorso 28 febbraio, l’afflusso dei turisti si è improvvisamente interrotto e non è mai più ripartito. La stagione che ristoratori, negozianti e alberghieri attendevano con trepidazione in alcune località non è mai stata inaugurata dopo mesi di pausa forzata – stagione monsonica. A tutto ciò si accompagna l’aumento dei prezzi della benzina che ha generato un raddoppio del costo del cibo, dei trasporti e dell’elettricità. Corre voce, inoltre, di un possibile lockdown energetico di emergenza per far fronte alla difficoltà di rifornimento di combustibili fossili – fonte dominante per la generazione elettrica di base – dai rifornitori principali, tra cui primeggia l’Iran e i paesi del Golfo Persico. Il clima è teso non solo a Trincomalee – la mia base operativa – ma anche in note località turistiche, che ho avuto modo di visitare nelle scorse settimane, come Kandy, Nuwara Eliya, Ella e Arugam Bay alle prese con le stesse difficoltà. Insomma, chi vive di turismo non sa più come procurarsi da mangiare e accedere ai servizi base. L’isola ridente su cui sono sbarcato cinque mesi fa è un mero ricordo.
Nonostante tutto, percepisco con ammirazione la forza di un popolo che rimane unito e solidale, che fa del senso comunitario il suo “super potere” in tempi di crisi. Quella stessa qualità che ha permesso loro di rialzarsi, ricostruirsi e continuare a seguito dello tsunami del 2004, la fine della guerra civile nel 2009 e il recentissimo ciclone Ditwah che ha colpito l’isola lo scorso 28 novembre. E rimango piacevolmente sorpreso nel vedere, passeggiando lungo le strade semideserte di Uppuveli Beach, i festeggiamenti di alcune famiglie per l’apertura di nuove attività, nella fede e fiducia che presto le cose andranno meglio.

Se sei interessato a dare una mano concreta, è possibile sostenere la famiglia di Kisho partecipando all’apposita campagna crowdfunding: https://gofund.me/f4bf024e4

Samuele P. Perrotta,
Trincomalee, 23/04/2026