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Il Regno perduto delle Ryukyu: ti svelo il segreto di Okinawa

E di Okinawa non ci ho capito quasi nulla. Un po’ giapponese, un po’ americana, con un’aggiunta di tropical vibes e una lentezza di fondo che mi ha ricordato lo Sri Lanka. È stata propria la natura selvaggia con le sue palme, foreste tropicali e le spiagge bianche dall’acqua cristallina a catapultarmi in un “Giappone altro” dove di giapponese c’è solo la lingua e qualche costrutto sociale subentrato con l’annessione dell’arcipelago nel 1879. È come se la conquista da parte del Giappone avesse attecchito solo a metà in quello che era l’antico Regno delle Ryukyu. E io ero lì proprio sulle tracce di quel regno scomparso come un Indiana Jones improvvisato.

Al mio arrivo, notai fin da subito questa dualità: se da una parte, qualche uso e costume giapponese sembrava artificiosamente appiccicato in quel contesto sociogeografico tanto diverso, dall’altra, per alcuni versi mi parve di essere catapultato in un’America di altri tempi tra insegne luminose pop, i negozi vintage che pullulano nella capitale Naha, i tattoo shop e i fast food stile anni ’50 che si possono trovare qui e là disseminati sull’isola principale come traccia di qualcosa che è stato e di cui si conserva, in qualche modo, la memoria – anche meglio del Regno originario. Per esempio, a pochi chilometri di distanza da Naha si trova l’iconico American Village di Chatan che mi ha ricordato la Venice Beach di Los Angeles, con tanto di ruota panoramica annessa. Difatti, gli Stati Uniti hanno occupato l’arcipelago per 27 anni, dal 1945 fino al 1972, quando esso è stato restituito alla sovranità del Giappone, con tutto il disappunto che questa scelta ha suscitato tra gli abitanti che speravano di tornare indipendenti come un tempo (lontano). Rimangono però ancora oggi 32 basi militari strategicamente rimaste attive e distribuite principalmente sull’isola principale. Non di rado mi è capitato di vedere passare sulla mia testa dei caccia o degli elicotteri a “stelle e strisce”.
Con il passare del tempo, comincio ad avere qualche dettaglio importante sul vero popolo delle Ryukyu. Scopro infatti che la lingua originale, chiamata Uchinaaguchi, è stata effettivamente smantellata con l’arrivo dei giapponesi nel XIX secolo e rimossa dalle scuole. Rimane però qualche modo di dire nella memoria dei più grandi, come Icharaba Choodee: “Una volta che ci incontriamo, siamo fratelli (o sorelle)”. Tanta roba. È effettivamente lo spirito con cui mi sono sentito accolto dalle persone locali che ho incontrato lungo la via. Questa chicca, in particolare, l’ho scoperta grazie a Mac, un signore di 57 anni – ma ne dimostrava 34 – che mi ha accolto a braccia aperte nel mio primo giorno in palestra nonostante non conoscesse la lingua inglese. Mi sono imbattuto in un’altra preziosità caratteristica del posto per puro caso mentre mangiavo nella hall di un ostello a Naha. Alle mie spalle, una signora sorridente strimpellava con entusiasmo una sorta di mandolino a tre corde. Lo Sanshin, letteralmente “tre corde” nel dialetto di Okinawa, è uno strumento di origine, si pensa, cinese e con una tipica cassa armonica ricoperta da vera pelle di serpente. Il suo è un suono pizzicato, dal timbro dolce e dalla cadenza ipnotica, che riporta a epoche antiche e (forse) perdute. A proposito dei serpenti, c’è un particolare alcolico dell’isola a base di liquore Awamori, mescolato con erbe, miele e, soprattutto, il pitone autoctono Habu. Il nome della bevanda, Habushu, deriva proprio dal serpente, effettivamente contenuto nelle bottiglie.


Viaggiando verso l’estremo nord dell’isola ho scoperto, finalmente, il suo polmone verde. Infatti, è proprio lì che è preservata l’antica foresta di Yanbaru che dà casa a molte specie animali autoctone come il Yanbaru kuina, il Rallo di Okinawa, un uccello protetto che non sa volare e dal verso inquietante; ma anche a tantissime cascate tra cui la Ta-taki, raggiungibile solo risalendo il letto del fiume e le sue rocce – mi sono divertito un casino – e il villaggio di Ōgimi, famoso in tutto il mondo come “blue zone” con il più alto tasso di ultracentenari – anche qui ho fatto un salto e questa storia merita un racconto a parte.
Il punto più estremo a nord dell’isola è chiamato Capo Hedo e ci si arriva da Ōgimi costeggiando la costa ovest che include una lunghissima pista ciclabile tipica delle infrastrutture giapponesi – che è stato un piacere pedalare con una rossa bici di fortuna. Il panorama in questo punto settentrionale dell’isola è pazzesco, con la roccia corallina rialzata in cui si infrangono le onde con forza, lì dove l’Oceano Pacifico incontra il Mar Cinese Meridionale. Su quella scogliera ho notato un piccolo altare ricavato nella pietra, come una nicchia, che al suo interno conteneva a sua volta una roccia circondata da qualche yen. Sapevo a livello teorico che le religioni native dell’arcipelago erano di stampo sciamanico e animista, ma solo in quel momento ne avevo una prova evidente e cominciavo a capire cosa volesse concretamente dire. Anche una pietra può essere venerata come emblema di una divinità, simile allo shintoismo giapponese che onora i kami (le divinità, gli spiriti o le forze sacre della natura) in specifici elementi naturali (una cascata, un fiume, un albero secolare). Questi luoghi sacri a Okinawa sono chiamati utaki, nell’antica lingua ryukyuana, e non prevedono, come nel caso dello Shintoismo, santuari artificiali con i tipici torii, i famosi portali rossi. Sono infatti dei veri e propri santuari a cielo aperto, senza edifici o particolari strutture, semplicemente un altare di pietra nei pressi di un elemento naturale del posto ritenuto sacro. Lì si radunavano esclusivamente le donne, le sacerdotesse e le sciamane, uniche detentrici del potere spirituale, per fare le offerte alle divinità.


Il più famoso utaki è il Sefa-Utaki che si trova a sud-est dell’isola su un promontorio calcareo che si affaccia sull’Oceano e punta dritto verso la cosiddetta “Isola degli Dei”, la Kudaka-jima. Qui, la mitologia racconta, discese per la prima volta la dea creatrice Amamikiyo e da lì cominciò a generare le altre isole che compongono l’arcipelago delle Ryukyu. Kudaka-jima rappresenta quindi il canale diretto con il Mondo degli Dei, nascosto negli abissi secondo la tradizione, e qui si recava ogni anno in pellegrinaggio il Re con la sacerdotessa per svolgere rituali solenni che potessero assicurare la prosperità e pace nel Regno e l’abbondanza nei raccolti. Sefa-Utaki, sull’isola principale, fa un po’ da cordone con Kudaka-jima ed era considerato una sorta di estensione che ne manteneva la sacralità ed era più facilmente raggiungibile quando il viaggio in mare era impraticabile per le forti correnti. Difatti, quintali di sabbia bianca finissima erano regolarmente trasportati via mare e sparsi sul terreno di Sefa-Utaki per purificarlo intorno alla caratteristica struttura a V rovesciata formata da due monoliti di pietra. Insomma, tanta roba anche qui, e posso assicurare che entrambi i siti sacri sono mantenuti come delle oasi spirituali protette, in cui la natura selvaggia è sovrana, testimoni di un paradiso terrestre incontaminato, forse non tanto distante da quello di Adamo ed Eva.

Questo è ciò che sono riuscito a scoprire e raccogliere nei miei due mesi di permanenza sull’isola. Inizialmente cercavo un’identità precisa, desideravo scoprire la “vera Okinawa”, i resti dell’antica civiltà delle Ryukyu; alla fine, per me Okinawa è racchiusa nei suoi meravigliosi paesaggi, ma anche in quel bizzarro mix giappoamericano che si intreccia incredibilmente con lo spirito ancestrale di quelle terre creando un assurdo mosaico culturale. Ma il vero segreto di Okinawa rimarrà per sempre custodito in quella natura incontaminata, testimone del misterioso Regno perduto delle Ryukyu.

Love,
Samuele

#asiasoloandata è il racconto di un viaggio inaspettato per l’Asia. Un biglietto di sola andata per aprirmi a nuove opportunità, scoprire stili di vita alternativi e (ri)conoscermi sempre più a fondo. Sali a bordo anche tu?